venerdì 11 aprile 2008

Perché voterò per il Partito Democratico

Devo delle scuse ai miei lettori. Nelle ultime settimane, il tempo che di solito dedicavo al blog l’ho invece impegnato nella campagna elettorale.

Come mai? Sono forse un attivista politico? No, non lo sono, o almeno non nel senso tradizionale.

Anzi, come giornalista ho sempre pensato che fosse mio dovere non essere iscritto a partiti al fine di conservare quella libertà di giudizio che è necessaria a chi voglia essere al servizio soltanto del suo pubblico e della domanda di informazione indipendente che esso esprime.

Una breve storia personale a mo' di premessa

C’è però in me passione civile. C’è sempre stata, sin dagli anni in cui facevo, in modi autonomi dalle organizzazioni partitiche, il rappresentante degli studenti nel mio Liceo e nel distretto scolastico della città dove sono cresciuto.

Dopo gli anni di formazione e di lavoro all’estero, tornai in Italia – a Roma – agli inizi del 1994, giusto in tempo per seguire il lancio di Forza Italia alla Fiera di Roma verso la fine di quel gennaio, e poi la campagna elettorale che portò al primo trionfo di Silvio Berlusconi.

Da allora, per 7 anni, seguii per il gruppo editoriale americano per cui lavoravo la vicenda politica ed economica italiana.

Avevo lasciato l’Italia a metà degli anni ’80 convinto che il mio fosse un paese destinato a un triste declino: troppa corruzione, un establishment politico-economico marcio, una finanza pubblica usata per fini clientelari e in preoccupante dissesto, mancanza di progetti e di visione del futuro.

Per convincermi a trasferirmi a Roma, nel 1994, il mio editore dovette penare. La prospettiva di un ritorno in Italia non mi allettava affatto.

Alla fine, a decidere la partita, fu il fascino della sfida professionale: avrei dovuto aprire un nuovo ufficio di corrispondenza, ed era sempre più chiaro che l’Italia, con l'inedita stagione politica che si apriva in quell’anno, sarebbe stata per un po’ al centro dell’attenzione internazionale. Eppoi, lavorare per un grande gruppo americano, operante in tutti i continenti, mi teneva comunque aperti degli orizzonti che andavano ben oltre i confini del mio paese.

Da lì è cominciato un corpo a corpo tra me e l’Italia che dura tuttora. Sono italiano, ma non mi riconosco nell’Italia di oggi.

Se l’irruenza e la libertà giovanile, negli anni ’80, mi avevano indotto ad andarmene, la mia vicenda personale e la mia passione civile mi hanno spinto, da quel 1994, ad approfondire i legami con il mio paese, piuttosto che a girargli di nuovo le spalle.

Ma è una fatica quotidiana, piena di ripensamenti. Un modo per dare sfogo alle mie tensioni senza venir meno ai principi deontologici che mi sono dato come giornalista è stato, dal 1996, quello di partecipare – in modi molto personali e, di nuovo, distaccati dalle organizzazioni partitiche – alle campagne elettorali.

Lo spunto, come spesso accade, venne da una sollecitazione personale e molto concreta: la candidatura, nel mio collegio di Roma centro, di una collega e amica: Tana de Zulueta, fino a poco tempo prima bravissima corrispondente dall’Italia per il settimanale The Economist (verso il quale nutro un’ammirazione particolare per averne conosciuta da vicino la straordinaria qualità quando, nel 1991, ebbi l’occasione di trascorrere nella redazione centrale di Londra un periodo di stage durante il mio master in giornalismo).

A Tana non volevo dire di no: era troppo brava, e le sue motivazioni erano troppo simili alle mie. Così, di prima mattina, prima di recarmi al lavoro, in quella primavera del 1996, andavo ai mercati rionali del quartiere Prati – roccaforte della destra – a parlare delle qualità personali e dei progetti di Tana, candidata per il centro-sinistra.

L’esperienza fu bella. Forse per il mio approccio inconsueto, la gente si fermava volentieri a parlare. Ne nacquero ore e ore di dialoghi sinceri, appassionati, civili: un modo di vivere la politica che mi si appiccicò addosso.

Da allora, con modalità sempre diverse ma simili nella sostanza, ho continuato a ritagliarmi una fetta congrua di tempo da dedicare alla discussione politica con altri cittadini-elettori, a me sconosciuti, prima di ogni appuntamento elettorale. E così ho fatto in queste ultime due settimane.

Questa premessa, un po’ lunga perché una vicenda personale non si racconta in una frase, se non quando diventa un epitaffio, spero sia servita a inquadrare il senso del mio impegno politico.

Sono una persona fieramente indipendente, che però è attenta alla collettività in cui vive. Non ho secondi motivi: solo la passione per il progresso civile, e la volontà di lasciare, per quel poco che posso, un paese migliore in eredità ai miei figli.

Per chi voterò e perché

Per chi voterò, domenica? Per il Partito Democratico di Walter Veltroni. Per chi esorto a non votare? Per il Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi.

Vediamo il perché.

Riducendoli all’osso, penso che i motivi siano tre:

a) il PD è un partito democratico, mentre il PdL, a mio avviso, non lo è.

b) il PD esprime un progetto di rinnovamento realistico, all’insegna di principi comuni alla civiltà liberaldemocratica europea; il PdL si configura, nella sua sostanza, come un progetto di conservazione del potere nelle mani di una casta.

c) il PD esprime un progetto e una cultura che può unificare il paese e dunque consentire il superamento di una penosa transizione, finora senza sbocchi, che imprigiona il paese nel suo passato ormai da decenni; il PdL è la stanca reiterazione delle divisioni e delle anomalie del passato e perciò condanna il paese a ripetere se stesso e a proseguire sulla strada del declino.

Queste sono le mie tesi, e ora cercherò di darne un rapido svolgimento.

a) Sul primo punto vorrei citare tre esempi: gli atti di nascita dei due partiti, il ricambio delle classi dirigenti, la legge elettorale.

Il PD è segnato da un atto fondativo che ha visto milioni di cittadini-elettori esprimersi con la partecipazione di massa alle primarie.

Ha segnato una discontinuità caratterizzata da un ampio rinnovamento delle candidature e della classe dirigente, processo tipico di una democrazia sana.

Si è opposto a una legge elettorale che è una vera truffa per gli elettori, dal momento che li priva di ogni potere di scelta all’interno di liste preconfezionate dai vertici dei partiti.

Per il PdL vale il discorso opposto.

E’ nato da un colpo di mano di Silvio Berlusconi, confermando una genesi del tutto analoga a quella di Forza Italia, un partito-azienda privo di vita democratica e per questo senza eguali nel mondo occidentale (anche una leadership estremamente forte come quella di Margaret Thatcher sul partito conservatore britannico dovette affrontare crisi interne e formidabili moti di opposizione, che alla fine prevalsero come è tipico della dinamica di ogni vera democrazia).

E’ rimasto avviluppato ai conflitti d’interesse del suo leader, finendo per presentare, anche per questo, una serie di candidature al di sotto di ogni sospetto vista la quantità di pregiudicati, condannati, plurinquisiti, spesso con capi d’imputazione di notevole gravità.

Il ricambio appare dunque bloccato dagli interessi del suo leader-proprietario, legato a filo doppio a un gruppo di potere sottratto a ogni possibilità di verifica del consenso, sia internamente al partito che nel processo elettorale.

Quest’ultima osservazione, naturalmente, chiama in causa la legge elettorale, voluta da Berlusconi e da lui strenuamente difesa anche nell’imminenza di queste elezioni, a conferma di una preoccupante attitudine a comprimere gli spazi di libero confronto democratico.

b) Il PD, nel suo posizionamento, nella sua cultura e nei suoi programmi, costituisce finalmente un approdo alla normalità, nel senso che si presenta come un partito riformista europeo, impregnato di valori socialdemocratici e liberali.

Il superamento delle divisioni tra laici e cattolici e l’abbandono delle zavorre costituite da settori della sinistra radicale e antagonista costituiscono valide premesse perché il PD si consolidi come il partito delle riforme possibili: quelle che in Italia sono evidenti a molti, perché puntano semplicemente a una convergenza verso la civiltà politica europea, ma che, cionondimeno, sono risultate spesso impraticabili.

Il PdL, semplice riproposizione dell’alleanza FI-AN delle passate legislature, ne eredita la povertà di progetti per il paese e la vocazione a operare come partito teso alla tutela di interessi particolari – a volte neppure corporativi ma semplicemente personali - come ha tristemente dimostrato la navigazione dei governi Berlusconi nel quinquennio 2001-2006.

La priorità, in quegli anni, è andata continuamente a leggi ad personam che hanno fatto strame tanto di ogni principio democratico che di civiltà giuridica.

Falso in bilancio, rogatorie internazionali, mandato di cattura europeo, legge Cirami, lodo Maccanico, ex Cirielli, condoni fiscali, scudo fiscale, abolizione della tassa sulle plusvalenze da partecipazione, diritti tv del calcio, legge Gasparri (oggi nel mirino della Commissione europea), decreto salva-Rete 4, aiuti di stato ai decoder…si potrebbe continuare.

c) Il PD, in quanto partito delle riforme possibili, si presenta anche come il partito che può contribuire a superare le tendenze disgregatrici in atto nel paese, che sono ampie e preoccupanti perchè si sono estese ormai agli ambiti più diversi come l’assetto istituzionale, quello territoriale (Nord-Sud), quello dell’uguaglianza dei diritti (penso al mercato del lavoro), quello socio-economico (penso alla crescente polarizzazione nella distribuzione dei redditi, che fa dell’Italia uno dei paesi più diseguali d’Europa).

Il PdL si ripresenta a queste elezioni, di fatto, con la stessa incoerente giustapposizione di alleanze del 1994: allora c’era Forza Italia più la Lega al nord e Alleanza Nazionale al sud; oggi ci sono Forza Italia e AN, assemblate nel PdL, in alleanza con la Lega al Nord e il Movimento per l’Autonomia al Sud.

Sono passati 14 anni, ma la paralisi è evidente.

L’opportunistico assemblaggio di rappresentanze di interessi può anche portare al potere (com'è riuscito a Berlusconi nel 1994 e poi di nuovo nel 2001), ma non evolve in un progetto di governo per il paese.

Senza di questo, il potere di Berlusconi è fine a se stesso. Beneficia Berlusconi e il gruppo di potere attorno a lui, ma non si traduce in crescita e progresso per il paese.

Non è un caso se, nei quattordici anni dall’avvento dell’’era Berlusconi’, il declino nazionale è stato progressivo ma ha finito per toccare le sue punte più acute proprio negli anni di governo della destra (il quinquennio 2001-2006 ha coinciso con il periodo di stasi economica più grave nella recente storia d'Italia, aggravato da un nuovo deterioramento della finanza pubblica dopo il risanamento della seconda metà degli anni ’90).

Ho citato all’inizio di questo post il giornale The Economist. Vorrei concludere rinviando alla lettura di un suo editoriale, pubblicato la scorsa settimana.

Invita a votare Veltroni e a lasciar perdere Berlusconi, confermando un giudizio già espresso diversi anni fa: il Cavaliere è unfit to govern – e cioè “inidoneo a governare” una democrazia occidentale. E’ anche il mio pensiero.

9 commenti:

I'd like to be a sheep ha detto...

Premesso che è sempre un piacere leggerti, per la profondità e la precisione con cui riesci anche tramite un blog e un post di poche righe a fare ogni volta un'analisi attenta e convincente e premesso che sono d'accordissimo sulla tua analisi sulla controparte (PdL), che per inciso non andrò assolutamente a votare, non credi che comunque il PD di Veltroni sia una delle tante italianate politiche già viste, che a parole presentano progetti realmente interessanti, ma che poi non mantengano nulla di quelle premesse e promesse?
Insomma Veltroni e tanti nella sua lista non sono certo facce nuove che finora hanno reso migliore il paese con i fatti e dato che ci abito non mi sembra nemmeno che come sindaco di Roma Veltroni abbia fatto molto, se non "pane et circenses"...

Grazie in anticipo della risposta e grazie degli spunti interessanti che offri ogni volta.

Unknown ha detto...

Non sono d'accordo con i punti a) e b).
a) La candidatura di Veltroni alla guida del PD non è un segno di rinnovamento: sono anni che la sinistra non esprime gente nuova. Scegliere Veltroni non è stato molto diverso che votare con liste bloccate.
Berlusconi è un'anomalia, certo, ma vogliamo ignorare che cosa sono i candidati premier nelle moderne democrazie occidentali? Vogliamo dimenticare che in molti paesi le loro campagne elettorali sono pagate dalle aziende? Prendete il caso degli OGM, senza entrare nel merito della loro salubrità o utilità. Le indagini dicono che il consumatore non li vuole, ma la classe politica europea sta facendo di tutto per introdurli. Come si spiega questo fatto? Con un fatto altrettanto semplice: i gruppi di potere hanno dei canali privilegiati con i quali stipulano gli stessi accordi con i politici di entrambi gli schieramenti.
Grazie alla sua anomalia - che sarebbe inaccettabile se le democrazie funzionassero veramente - Berlusconi può dire a ragione di essere molto più indipendente dai poteri forti di quanto può esserlo Veltroni. E' dura da digerire, ma è così.
b) Il PD non può essere "impregnato di valori socialdemocratici e liberali." O gli uni o gli altri.
Il problema oggi è che persino la socialdemocrazia è considerata un'opzione troppo estremista.
Basta andare sui blog della destra ultraliberista, dove si ripete ossessivamente questa equazione:
keynesismo=marxismo


A questo punto un aneddoto sul perché la sinistra ha perso queste elezioni e perché perderà anche le prossime.

Tempo fa, uscì un libro di George Lakoff che sosteneva una tesi molto semplice:
Le elezioni non le vince chi
riesce a conquistare elettori
dal fronte avversario (o da un
ipotetico centro che non
esiste).
Le elezioni le vince chi riesce
a mobilizzare il proprio
elettorato riaffermando i suoi
valori fondativi.

Io e un mio amico comprammo diverse copie dell'edizione italiana di questo libro e cominciammo a distribuirlo a esponenti dei DS e Margherita.
In alcuni articoli di questi esponenti cominciò a spuntare il nome di Lakoff e, in certi casi, anche le sue tesi (alcuni però o non avevano letto il libro o non ci avevano capito nulla.)
Morale, quel è la strategia scelta da Veltroni?
a) rompo con la sinistra
b) rinuncio ai valori fondativi
c) attacco gli avversari al centro.
Voti conquistati con questa brillante operazione? 0.

La prossima campagna elettorale della sinistra come sarà?
E' facile prevederlo. Esattamente come quest'ultima; con la differenza che la sinistra cercherà di tornare ad essere rappresentata in Parlamento, e il PD riaffermerà la cesura con i suoi valori fondativi, dicendo "noi con quelli lì non abbiamo niente a che spartire."
Ovviamente perderà anche le prossime elezioni.
Quindi gli anni di Berlusconi che ci toccano non sono cinque.
Sono dieci.

Giuseppe Bertoncello ha detto...

Riccardo e San Siro,

vi ringrazio per i commenti.

Una risposta più compiuta alle vostre obiezioni cercherò di darla in un post che sto scrivendo, in cui vorrei condensare la mia visione della politica e, più nel dettaglio, l’idea che sono andato maturando su come l’Italia possa superare le sfide che ha di fronte.

Per ora, mi limito a qualche osservazione puntuale sulle questioni che avete sollevato.

a) Il PD è un’”italianata”, vale a dire tanto fumo e poco arrosto, come sospetta Riccardo? Bisognerà aspettare la verifica dei fatti.

Io spero di no e non per pregiudiziale partigianeria ma perché quella fusione di valori e pratica politica eredi delle tradizioni liberale democratica e socialista, da cui può venire l’unica soddisfacente risposta alla crisi del paese, per me oggi può darsi solo lì, nel Partito democratico.

PdL, Unione di centro, Sinistra radicale sono tutte forze che, in un modo o nell’altro, allontanano l’Italia dalle correnti più feconde del pensiero politico occidentale.

Eppoi, il PD mi sembra che abbia mosso i suoi primi passi nella giusta direzione. Qualificanti, per me, sono stati lo sforzo di ricambio del personale politico e la rottura con la sinistra radicale – una forza fuori dalla storia che per due volte, di fatto, ha condannato al fallimento i tentativi riformistici dei governi Prodi.

Ovviamente, pochi passi nella giusta direzione non bastano. Ne dovranno seguire molti altri, sia a livello di cultura che di pratica politica.

b) Veltroni è un leader che nasce vecchio, logorato anche da esperienze amministrative di dubbio successo, come sembrano pensare sia Riccardo che San Siro?

Non sono d’accordo. Certo l’Italia è un paese in crisi, con una classe dirigente mediocre. Ogni giudizio deve prendere forma in questo contesto, è per forza di cose relativo.

Se si accetta, realisticamente, questa premessa, Veltroni finisce per risultare, a mio avviso, un buon leader, anzi, probabilmente, il miglior leader che il PD potesse scegliere.

Ha l’esperienza giusta, l’età giusta, è alla sua prima sfida ai vertici della vita politica, nelle precedenti prove ha dimostrato indubbie qualità. Io lo ricordo bene come ottimo ministro della Cultura nel primo governo Prodi.

Non ho riscontri diretti di come si sia comportato come sindaco di Roma. Ne ho però di indiretti, come ad esempio l’annuale studio che il Sole 24 Ore realizza sulla qualità della vita nelle città italiane. E’ basato su un’ampia gamma di parametri abbastanza oggettivi, rende possibili dei confronti relativi, estesi a tutto il territorio nazionale.

Da questo studio risulta che Roma ha continuato a progredire in questi anni, muovendosi stabilmente verso i vertici della classifica. Anche nel 2007, ha scalato 15 posizioni (più di ogni altra città nella parte alta del ranking) portandosi all’ottavo posto assoluto, prima – di gran lungo - tra le città del centro-sud.

C’è di che essere in ogni caso insoddisfatti? Non mi stupisce affatto. La stragrande maggioranza degli italiani è insoddisfatta delle città in cui vive, soprattutto se si tratta di città medio-grandi, dove la nostra incapacità di fare sistema e di gestire la complessità diventa più manifesta.

Ripeto, l’Italia è un paese in evidente crisi. Dal punto di vista evolutivo, appare un organismo poco adatto a convivere con i mutamenti imposti dalla globalizzazione e con la spinta all’innovazione che viene dal diffondersi della knowledge economy, l’economia basata sul sapere.

c) Le democrazie occidentali sono malate? E’ il grande capitale a scegliere i leader? Berlusconi, nella sua anomalia, finisce per essere meno dipendente dai “poteri forti” di quanto non lo sia Veltroni, come sostiene San Siro?

Penso si tratti di estremizzazioni, anche se non prive di agganci con la realtà.

Si è sempre riflettuto sui limiti della democrazia, che resta un sistema aperto, sostenuto da tensioni ideali.

Ne parlò in termini ironici, a cavallo tra ‘800 e ‘900, un socialista come George Bernard Shaw: “La democrazia è un sistema che ci garantisce che non siamo governati meglio di quanto ci meritiamo”.

Ne parlò in termini paradossali, a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale, un liberale conservatore come Winston Churchill: “La democrazia è la peggiore forma di governo, eccetto che per tutte le altre.”

Ne ha parlato in termini più analitici, in tempi vicini a noi, un filosofo liberalsocialista come Norberto Bobbio: “Il denaro ha sempre avuto un ruolo importante. La democrazia vive sulla base del consenso. Ma come si ottiene il consenso? Da chi viene dato? In astratto il consenso dovrebbe essere una libera volontà che si determina in base ai programmi che vengono proposti. Ma è proprio così? […] La democrazia rimane certo basata sul consenso, ma non è un consenso basato sulla libera convinzione che i cittadini si formano ascoltando e discutendo con gli altri. Il consenso è manipolato, su questo non c’è dubbio. Tuttavia, la democrazia non è il migliore dei beni, ma è il minore dei mali. In uno Stato di polizia è peggio. Chi detiene il potere non ha bisogno del consenso, gli basta la forza.” (Dialogo intorno alla repubblica)

La democrazia, dunque, è sempre in qualche modo malata, e le sue magagne appaiono tanto più gravi quanto più sia acuto ed esigente lo sguardo di chi la esamina. Ci vuole però realismo. E senso della storia. La capacità d’influenza del grande capitale è oggi meno concentrata di un tempo. I cosiddetti “poteri forti” sono diffusi, plurali e instabili - perché soggetti alle dinamiche di un’economia in rapida evoluzione – più di quanto non sia mai accaduto nella storia dell’umanità.

Resta, in Italia, un’anomalia. Ed è Silvio Berlusconi: prossimo capo del governo, uomo più ricco del paese, oligopolista dominante nel settore – vitale per ogni democrazia – della comunicazione di massa.

Scrive San Siro: “Berlusconi può dire a ragione di essere molto più indipendente dai poteri forti di quanto può esserlo Veltroni”. Ma su questo punto dissento risolutamente. Mi sembra una considerazione frutto di una forma mentis tentata dalla seduzione del totalitarismo: l’indipendenza è onnipotenza.

Berlusconi è indipendente dai “poteri forti” perché non c’è oggi in Italia potere che sia più forte di lui. Fatte le debite distinzioni, resta valida e forse ovvia la considerazione che faceva Gaetano Salvemini in un suo scritto del 1934 (Democrazia e dittatura): “Nessuno è libero come un dittatore.”

Molto meglio, mi pare, è dare per scontato che Veltroni – così come un qualsiasi altro leader democratico - possa essere condizionato da questo o quel potentato economico, in un contesto competitivo e instabile che è tipico di tutte le democrazie occidentali: non sarà l’ideale, ma resta comunque il male minore.

d) Sostiene San Siro: “O socialdemocratici o liberali”. Non è affatto così. Spero di darne una spiegazione esauriente nel post che sto scrivendo.

La storia del pensiero politico occidentale ci dice che il socialismo democratico si è affermato come estensione del pensiero democratico fiorito ai tempi della Rivoluzione francese (Egalité), e che quest’ultimo è germinato sulla pianta del liberalismo e del costituzionalismo inglesi che cominciarono a mettere radici con la rivoluzione del 1688.

Liberalismo, democrazia e socialismo (democratico) sono in continuità e non in opposizione, ogni stadio successivo presuppone quello precedente.

Alla radice di tutto sta il liberalismo inglese, in quanto teoria del rispetto di quel bene sommo che è la libertà di ogni individuo e della limitazione dei poteri che possono minacciare l’individuo – a partire dal più forte, e cioè l’autorità dello Stato.

Proporsi di essere liberali, democratici e socialisti è dunque del tutto coerente. E’ la definizione di sé che dava colui che per me resta il più grande filosofo politico dell’Italia repubblicana, Norberto Bobbio.

E’ anche l’unico modo – ritengo – per dare una risposta efficace all’interrogativo politico che è sempre stato al cuore di tutte le società umane evolute: “Come possiamo combinare assieme il grado di iniziativa individuale necessario al progresso con il grado di coesione sociale necessario alla sopravvivenza?” (Bertrand Russell)

e) Infine, i motivi della sconfitta della sinistra. Ne parlerò nel mio post. Ma non condivido la diagnosi di San Siro né la tesi di Lakoff, secondo cui “le elezioni le vince chi riesce a mobilizzare il proprio elettorato riaffermando i suoi valori fondativi.”

Quanto afferma Lakoff è probabilmente vero in tempi segnati dalla continuità e dalla normale dialettica politica. Ma non è questo il caso dell’Italia.

L’Italia, in quanto organismo disadattato, ha un bisogno sempre più urgente di cambiamento. Se vuole sopravvivere, deve evolvere e adattarsi alla contemporaneità.

La direzione di questo cambiamento necessario è spesso poco chiara agli elettori (e non solo a loro). Resta il fatto che il bisogno è percepito in termini di crescente (in)sofferenza e la domanda c’è. Tende a tradursi in una sempre maggiore instabilità dell’elettorato e in improvvise transumanze di voti, anche da uno schieramento all’altro.

Ne è prova il sorprendente tracollo della sinistra radicale, vittima non delle scelte di Veltroni, ma della decisione del suo elettorato di astenersi o di votare – al Nord – per la Lega.

Le evidenze sono tutte contrarie alla tesi di Lakoff.

La sinistra radicale non ha forse riaffermato i suoi valori fondativi? L’ha fatto, in modi sin troppo tradizionali e proprio per questo è stata spazzata via.

La Lega ha forse vinto perché si è limitata a mobilizzare il proprio elettorato? No, ha stravinto perché è riuscita a pescare ben al di fuori del suo bacino abituale (come, per altro, le era già riuscito agli inizi degli anni ’90).

In tempi di cambiamento, vince chi il cambiamento lo sa meglio interpretare o, quanto meno, sfruttare a suo vantaggio.

I temi veri di questa elezione, a posteriori, mi sono sembrati la protesta per una condizione economica di sempre più diffuso disagio, e la paura per l’impatto di fenomeni migratori sempre più massicci e privi dei necessari controlli.

La destra, in blocco, ha saputo intercettare la protesta per il semplice fatto di essere all’opposizione.

Mentre la Lega ha fatto bottino pieno della paura perché si è ritrovata a essere l’unica forza con un messaggio convincente, per quanto rozzo, sulla questione dell’immigrazione.

Unknown ha detto...

Evidentemente non ho fatto un buon servizio a Lakoff, cercando di sintetizzare il suo pensiero con due semplici concetti.
L'analisi di Lakoff ("Non pensare all'elefante", 2006, Fusi Orari edizioni) è importante perché si affianca e completa i molti lavori di taglio politico-economico che hanno descritto i metodi e le tappe attraverso cui i Repubblicani, negli Usa, hanno condotto con successo la loro rivoluzione conservatrice, passando da forza subalterna negli anni '60 a forza egemone sul piano politico ma anche e soprattutto culturale, oggi.
Nel suo libro, Lakoff spiega perché le strategie di comunicazione della destra funzionano e quelle della sinistra no. E perché questo si tradurrà, oltre che in una serie di sconfitte elettorali, nel fallimento della propria politica.
Riguardo a queste elezioni, a me sembra che le tesi di Lakoff vengano confermate al 100%.
Nel 2006 Ulivo più Rosa nel Pugno sfiorava i 13 milioni di voti. Con la guida di Veltroni il neonato PD si è invece fermato a 12 milioni.
Pochi voti, pochissimi, un'un'inezia, portati via al centro (ha fatto meglio Di Pietro, e solo il 6% degli elettori della sinistra ha votato per la Lega). Tanti, tantissimi, quelli persi all'interno del proprio schieramento. Voti che quasi certamente non torneranno più.
Tutto questo, con grande fastidio di molti commentatori, che preconizzavano l'avvento di un'epoca in cui gli elettori fossero finalmente liberi di votare senza pregiudizi e senza steccati questo o quel candidato, e che ancora oggi invece hanno dimostrato di restare fedeli, se non al proprio partito, per lo meno al proprio schieramento.
Dopo dieci-quindici anni che si continua a ripetere che non c'è destra e non c'è sinistra, che queste divisioni nel mondo di oggi non hanno più senso, 40 milioni di lettori sembrano non averlo hanno ancora capito. E io con loro.

Giuseppe Bertoncello ha detto...

San Siro,

non è solo la linguistica applicata alla politica che può portare la sinistra al governo in Italia.

L’importanza della metafora, il framing, la mente incorporata…insomma, le teorie (alla moda) di Lakoff – di cui peraltro non ho letto il testo che lei cita – saranno anche interessanti. Ma dubito davvero che possano essere la chiave di lettura del caso politico italiano.

Già in riferimento all’America, quanto lei scrive – attribuendolo a Lakoff - mi sembra poco aderente ai fatti.

C’è forse stata una rivoluzione repubblicana che ha permesso alla destra americana di tornare a essere egemonica oggi da marginale che era negli anni ’60?

Mi sembra un’interpretazione quanto meno riduttiva. Gli anni ’60sono stati una decade molto particolare, apertasi negli Usa all’insegna di un giovane leader eccezionalmente carismatico come John Kennedy. E comunque, i repubblicani non hanno certo dovuto aspettare la famiglia Bush per tornare a occupare la Casa Bianca. Governarono per gran parte degli anni ’70 con Nixon e Ford e furono egemonici con Reagan negli anni ’80.

Il dato di fondo mi sembra piuttosto un altro. In quasi tutti i grandi paesi sviluppati la normalità è stata di essere guidati da governi conservatori piuttosto che progressisti.

Ho fatto due rapidi conti. Negli Usa, nei 63 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, i repubblicani hanno avuto la presidenza per 35 anni e i democratici per 28. In Gran Bretagna, nello stesso periodo, i conservatori hanno espresso il primo ministro per 35 anni e i laburisti per 28 (la corrispondenza tra Usa e Gran Bretagna è perfetta). In Francia, la presidenza, nei 61 anni dal '47, è stata solo per 21 anni in mano ai socialisti e per i restanti 40 in mano a politici di destra o centro-destra. In Germania, nei 59 anni dal 1949, il cancelliere è stato solo per 20 anni socialdemocratico, e per i restanti 39 democristiano.

In Italia, sappiamo bene com’è andata. I partiti conservatori sono stati esclusi dal governo (ma mai del tutto) solo dal 1996 e per un periodo che abbraccia la bellezza di 7 anni sui 60 trascorsi dall’adozione della costituzione repubblicana.

In quei 7 anni, le forze riformiste hanno sempre dovuto fare i conti con alleati poco omogenei e ancor meno affidabili della sinistra radicale o del centro moderato, che hanno condannato a un prematuro fallimento i loro tentativi di governo sia negli anni ’90 (Prodi I) che di recente (Prodi II).

Dovunque, dunque, il sostegno ai partiti conservatori è come se fosse l’opzione di default dell’elettorato – e questo diventa tanto più vero quanto più radicali sono (o sono percepite) le forze progressiste.

Il passaggio di consegne alla sinistra tende ad avere luogo in reazione a grandi crisi (Roosevelt in America negli anni ’30, Truman in America e Attlee in Gran Bretagna nell’immediato dopoguerra) o in presenza di leader abili e carismatici (Kennedy e Clinton negli Usa, Blair in Gran Bretagna, Mitterrand in Francia o Brandt in Germania), comunque portatori di un messaggio rassicurante anche per l’elettorato moderato.

In Italia - mi pare evidente - il problema della sinistra resta quello dell’elaborazione di una piattaforma politica riformatrice, non ostile ai ceti moderati e priva di cedimenti verso un radicalismo abbarbicato al passato.

Insomma, la questione è di sostanza molto più e molto prima che di mero linguaggio (l’incapacità di fare uso di metafore di sinistra sarà magari costata l’elezione nel 2004 al poco carismatico candidato democratico John Kerry, che in fin dei conti fallì per aver perso per una manciata di voti nello stato dell’Ohio, ma vedo ben pochi parallelismi con la situazione italiana).

L’opportunità storica per la sinistra riformista, in Italia, è data dal fatto che il nostro è un paese in crisi profonda, con un bisogno sempre più acuto di cambiamento. Un’innovazione politica intelligente può dunque risultare premiante.

D’altro canto, ancorarsi alla tradizione (come, in sostanza, esorta a fare Lakoff) avrebbe davvero poco senso per la sinistra italiana.

Il riformismo in Italia è stato la prerogativa di minoranze e non ha mai avuto la forza che, per stare ai tempi recenti, hanno avuto i democratici americani da Clinton in poi. Per i democratici così come per i repubblicani americani, due forze molto equilibrate negli ultimi due decenni, per tornare a vincere può forse bastare, come dice Lakoff, “mobilizzare il proprio elettorato riaffermando i suoi valori fondativi”.

Ma per il riformismo italiano (o anche per la sinistra tout court, riformista e no), che maggioranza non è mai stata, la ricetta di Lakoff può solo essere un modo per condannarsi indefinitamente all’opposizione. Mi sembra davvero evidente.

Oltre all’opportunità storica di cui parlavo, c’è, per il riformismo italiano, anche un rischio da sottolineare. E sta nel fatto che i processi di globalizzazione – soprattutto quando sono male o per niente governati, com’è accaduto sinora in Italia – concentrano i tratti negativi del loro impatto su ceti sociali tradizionalmente di sinistra, i quali, per reazione, sono spesso indotti a prestare ascolto alle sirene del protezionismo o dei messaggi di law and order che vengono con più forza da destra.

Insomma, il cattivo governo della globalizzazione, come si è visto nelle recenti elezioni, ma come appare chiaro anche dall’esperienza di altri paesi, tende a favorire la destra più che la sinistra.

Di questo, e non delle inattuali lezioni di Lakoff, il Partito democratico di Walter Veltroni dovrà per me tenere conto.

Concludo con una nota sulle sue osservazioni riguardo ai concetti di destra e sinistra.

Premesso che i movimenti da uno schieramento all’altro, in queste elezioni, ci sono stati più che in passato, segno – come già accennavo – di un’aumentata instabilità dell’elettorato (com’è tipico in periodi di crisi), destra e sinistra sono per me idee che rimangono di fondamentale importanza per orientarsi nel discorso politico. Nelle concrete attuazioni, tendono ovviamente a evolvere. Ma nella sostanza, restano ben definite e tra di loro alternative, oggi come un tempo.

La differenza sostanziale è per me quella che delineò Norberto Bobbio nel suo saggio “Destra e sinistra” del 1994. Il discrimine si pone in rapporto al tema dell’eguaglianza, dove sinistra è “il popolo di chi ritiene che gli uomini siano più eguali che diseguali” mentre destra è “il popolo di chi ritiene che siamo più diseguali che uguali.”

L’egualitarismo della sinistra, naturalmente, come scriveva Bobbio, non va inteso come “l’utopia di una società in cui tutti gli individui siano eguali in tutto, ma come tendenza a rendere più eguali i diseguali.”

E’ grazie a questo ideale che nelle società moderne si è arrivati al riconoscimento, oltre che dei diritti di libertà, anche dei diritti sociali, come il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, il diritto alla salute. La loro affermazione si deve ai movimenti socialisti, il cui obiettivo storico è stato appunto, in primo luogo, quello di ridurre la disuguaglianza tra chi ha e chi non ha.

Perché scegliere il concetto di eguaglianza come centrale nella differenza tra destra e sinistra, piuttosto che l’altro grande ideale da sempre presente nella riflessione politica, e cioè quello di libertà?

Bobbio se lo chiedeva e rispondeva che non era l’atteggiamento verso la libertà ad aver fatto storicamente da spartiacque tra destra e sinistra. A destra come a sinistra, infatti, si sono avuti dottrine e movimenti sia libertari che autoritari. E questo si può spiegare, notava Bobbio, osservando che mentre il discorso sulla libertà è relativo ai mezzi, ossia al metodo dell’azione politica, quello sull’eguaglianza riguarda i fini.

Distinguendo sia in relazione al metodo (più o meno libertà) che in relazione al fine (più o meno eguaglianza), Bobbio ricavava un’essenziale ma utilissima matrice per interpretare la storia delle dottrine e dei movimenti politici:

a) egualitari e autoritari: il giacobinismo, ossia, in genere, l’estrema sinistra;
b) egualitari e libertari: il “socialismo liberale”, ossia, in genere, le socialdemocrazie;
c) inegualitari e libertari: i partiti conservatori democratici;
d) antiegualitari e antiliberali: fascismo e nazismo, e in genere la destra reazionaria.

Per l’Italia, società come poche altre in Europa diseguale, corporativa e statalista (e per questo anche autoritaria, di un autoritarismo di matrice sia cattolica che comunista), la sfida resta per me quella di costruire una vibrante cultura politica egualitaria e libertaria, che aspiri a costruire un paese più inclusivo (dunque, meno diviso, più equo e meglio sostenuto da un sistema di welfare evoluto e universale) e più libero (dunque, più rispettoso dell’individuo, più meritocratico, più fondato su una libera e ben regolata competizione nella sfera economica).

Senza un di più di eguaglianza e un di più di libertà l’Italia continuerà il suo declino. Per queste ragioni il mio voto è andato al Partito democratico. Solo lì vedo le potenzialità perché cresca quella cultura politica egualitaria e libertaria – ossia “liberalsocialista” – che ritengo essenziale sia per dare un’autentica chance di governo alla sinistra in Italia che per assicurare un futuro prospero al nostro paese.

gabrielle ha detto...

Scusi dott.Bertoncello,vorrei fare due domande e chiederli un grosso favore.Secondo lei quale sono gli settori che possonno fare meglio del mercato in prossimi anni(America e/o Italia)?Per sceliere le migliori aziende dell settore e importante cercare quelli con margine di uttile netto piu alto e/o margine operativo;o come si possonno indovinare le societa con un vantagio competitivo dentro il settore?Qualli sono gli migliori libri"value investing"in italiano?Grazie tanto!

Unknown ha detto...

Inattuale Lakoff? Difficile da sostenere di un autore che ha spiegato perché gli operai della rust belt, che interrogati sulle loro preferenze politiche mostravano di avere una chiara percezione della propria posizione sociale ed economica, alla domanda su chi avrebbero votato alle prossime presidenziali rispondevano: "George Bush".
Basta leggere l'articolo di Barbara Spinelli "L'esodo dei poveri da sinistra a destra" apparso recentemente su La Stampa: lo sforzo è notevole, il discorso è ben articolato ma siamo molto lontani dal dettaglio delle analisi e dalla precisione delle terapie proposta da Lakoff (anche se proprio per il suo linguaggio "facile", il lavoro di Lakoff risulta molto difficile da capire. E infatto molti recensori hanno dimostrato di non averlo capito.)

Comunque il punto essenziale, senza riconoscere il quale è impossibile continuare a confrontarsi, è che negli anni '80 si è verificata negli Usa e nel Regno Unito una rivoluzione conservatrice che è concisa con uno spettacolare aumento delle disuguaglianze e un peggioramento delle condizioni di vita della fasce più deboli della popolazione. (La letteratura sull'argomento è sterminata.)
Questo dato, pur con qualche attenuazione a seconda dell'andamento del ciclo economico, non si è sostanzialmente modificato nel corso degli ultimi venti anni.
La rottura con il vecchio ordine economico instaurato dopo la seconda guerra mondiale è stata epocale. Un riflesso di questa rottura lo si può trovare in alcune teorizzazioni in auge in quegli anni: molti affermavano che i Repubblicani fossero i più indicati per fare certe politiche di sinistra (l'establishment non avrebbe avuto problemi perché sapeva che non si sarebbe andati oltre un certo limite) mentre i Democratici erano più efficaci quando era necessario un contenimento della spesa o delle rivendicazioni del mondo salariato, data la fiducia che riscuotevano presso i meno abbienti.
Lakoff, ma ci sono diversi altri autori che hanno affrontato lo stesso tema, ha spiegato come questa rivoluzione di destra è stata resa possibile grazie a un lavoro di ridefinizione generale del modo di vedere e interpretare la società.
L'aspetto notevole di questa nuova rivoluzione di destra è che si nutre di se stessa: si è infatti empiricamente constatato che l'aumento delle disuguaglianze e i persistenti tassi di povertà non puniscono la destra ma danneggiano in primo luogo la sinistra. Una sinistra che anche qualora conquistasse il potere non avrebbe più la forza di correggere o emendare le riforme di stampo neoliberale se non a livelli trascurabili, come il caso di Tony Blair, incensato dalla destra nostrana, ha confermato.

I paesi europei che non hanno subito analoghe rivoluzioni neoliberali stanno cominciando - via globalizzazione - a subire gli stessi effetti: aumento delle disuguaglianze e della povertà, crisi fiscale dello Stato, crollo dell'idea stessa di solidarietà fra lavoratori e cittadini. E anche in Europa a beneficiare elettoralmente di questo quadro declinante è la destra. (Vi sono ovviamente delle differenzeda paese a paese; la Germania è più attrazzata dell'Italia a competere sui mercati internazionali, ma questo è noto da sempre, e non dipende solo da una incapacità dell'Italia di reggere la concorrenza, come invece si vuol far credere.)

Non si può quindi parlare di globalizzazione "male o per niente governata" ma di globalizzazione governata secondo gli interessi delle élites, proprio perché si è visto empiricamente che la sinistra non solo non è in grado di opporsi a tale progetto, ma anzi la sua attuazione ne accelera la dissoluzione.

Lei pone "il concetto di eguaglianza come centrale nella differenza tra destra e sinistra" e ne propone un'analisi molto persuasiva e appassionata.
Ma il quadro concettuale in cui si muovono oggi le forze di centro sinistra e centro destra corrisponde al quadro da lei fornito?
Non mi pare. I due schieramenti, quando non si affidano agli stessi economisti, si muovono comunque all'interno dello stesso paradigma dominato dall'economia neoclassica.
Come funziona questo paradigma è presto detto. Basta prendere in mano la letteratura sui cambiamenti economici degli ultimi vent'anni per capire come gli economisti neoclassici (non) affrontano la questione della disuguaglianza. I passaggi tipici sono i seguenti:
1. C'è un "evento X" che si suppone possa causare, oltre ad effetti positivi, anche un aumento delle disuguaglianze. Gli economisti cominciano subito con il negare che X possa portare a un incremento delle disuguaglianze o, i più onesti, non menzionano questo sgradevole aspetto quando si parla di X. (Questo acade anche se la teoria generale dice che X aumenta o può aumentare le disuguaglianze; gli economisti fuori dal coro lo fanno notare ma non contano nulla perché hanno un accesso limitato ai media.)
2. Dopo un po', si comincia a verificare un aumento delle disuguaglianze. Gli economisti dicono che i dati sono di cattiva qualità, incompleti, ambigui, insufficienti.
3. Le disuguaglianze sono davvero aumentate: i dati ormai sono precisi e concordanti. Gli economisti negano che all'origine del problema vi sia l'"evento X".
4. Dopo lunghi e ripetuti studi viene confermato che l'"evento X" è la causa dell'aumento delle disuguaglianze. E' l'effetto "babbo morto". Gli economisti riconoscono che si sono sbagliati (ma non riconoscono che altri colleghi glielo avevano predetto.)
5. Tutto finito? No, perché adesso c'è un "evento Y" che si suppone possa causare anche un aumento delle disuguaglianze… e il ciclo si ripete identico.
(Ci sono economisti che, invece, preferiscono evitare questa manfrina e affermano subito che "Sì, X aumenta le disuguaglianze, ma poiché i benefici sono elevati, è possibile reperire le risorse per indennizzare i danneggiati e la società nel suo complesso ci guadagna comunque." Naturalmente non è vero: sul piano politico, perché non è detto che si decida di stanziare risorse per gli indennizzi; sul piano economico, perché non si tiene conto dei costi di transazione: in genere non si ritiene necessario dimostrare che questi costi + gli indennizzi continuino ad essere largamente inferiori ai supposti benefici o anche solo inferiori. Difficilmente Popper avrebbe approvato.)

La cosa beffarda è che nella loro ansia di misurare tutto, gli economisti hanno proposto diversi metodi e misure per stimare i livelli di disuguaglianza e la loro evoluzione nel tempo.
Nulla impedisce quindi a una forza politica di fissare degli obiettivi di massima di riduzione delle disuguaglianze.
E nulla impedisce in un secondo momento di andare a vedere se le politiche messe in campo per ridurre o contenere le disuguaglianze hanno sortito gli effetti desiderati.
Si può fare, allora?
No, non si può fare, per le ragioni indicate più sopra.

Ovviamente, tutti a parole si dicono contro le disuguaglianze, a destra come a sinistra. Ma il dogma centrale è che la lotta alle disuguaglianze deve essere un sottoprodotto, pur nobile, della crescita economica, che si ottiene:
a) automaticamente secondo la destra;
b) grazie a specifiche politiche attive secondo la sinistra.
Ma la condicio sine qua non della crescita è il famoso pacchetto, o pacco, delle "riforme cnecessarie al paese".

Cresciamo di più, e ci saranno più risorse da redistribuire. Naturalmente nessuna forza politica accetterà mai di sottoporsi al test dei numeri, e qui si rivela la collusione del centro sinistra con la destra. Nessun leader del centro sinistra avrà mai il coraggio di tirar fuori un foglio e leggere che "negli ultimi anni di governo le disuguaglianze sono aumentate di tot." (La destra nel frattempo ha già trovato un altro uso di quello stesso foglio.)
Nel frattempo gli operai, in quanto agenti economici razionali, sceglieranno la via personale e non quella collettiva, e voteranno in sempre maggior numero a destra.

Unknown ha detto...

Ovviamente, tutti a parole si dicono contro le disuguaglianze, a destra come a sinistra. Ma il dogma centrale è che la lotta alle disuguaglianze deve essere un sottoprodotto, pur nobile, della crescita economica, che si ottiene:
a) automaticamente secondo la destra;
b) grazie a specifiche politiche attive secondo la sinistra.
Ma la condicio sine qua non della crescita è il famoso pacchetto, o pacco, delle "riforme cnecessarie al paese".

Cresciamo di più, e ci saranno più risorse da redistribuire. Naturalmente nessuna forza politica accetterà mai di sottoporsi al test dei numeri, e qui si rivela la collusione del centro sinistra con la destra. Nessun leader del centro sinistra avrà mai il coraggio di tirar fuori un foglio e leggere che "negli ultimi anni di governo le disuguaglianze sono aumentate di tot." (La destra nel frattempo ha già trovato un altro uso di quello stesso foglio.)
Nel frattempo gli operai, in quanto agenti economici razionali, sceglieranno la via personale e non quella collettiva, e voteranno in sempre maggior numero a destra.

nimitz ha detto...

Salve dott. Bertoncello,
come si spiega la bruciante sconfitta di rutelli nel ballottaggio con alemanno per l'elezione a sindaco di roma, in una città di cui tutto si può dire tranne che sia di destra?
Grazie e complimenti